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Aspettando che la notte passi in fretta e tu mi risponda che ci sei ancora

Salvatore Ferranti

Aspettando che la notte passi in fretta e tu mi risponda che ci sei ancora
Tornassi pure all’idea di rivederti di nuovo
in cerchio, insieme a mille altre vergini
innamorate dei bastioni alti, a scrivere poemi
recitando sillabe in avventurose cascate d’acqua
pendenti come grappoli di coriandoli dalle mille forme,
non mi resterebbe comunque il tempo per poterti dedicare
la mia ultima ode. L’estremo peccato da riciclare,
se ti addormenti al calar del sole,
e non ti preoccupa più il segreto più angusto,
e la luce che ti precipita addosso ha acquistato
la grazia di certe colline a metà maggio.
Ti conobbi laggiù, tra due o tre pensieri
che ti si sciolsero ai piedi, la fronte alta
e le torri di un vecchio maniero in rovina.
E ancora prima, quando si parlava a gesti,
e i pegni d’amore erano anelli d’osso scheggiati male.
Nel profilo di un vaso greco in cui ti specchi
ancora adesso, non c’è verso che sia più adatto
a spingermi a desiderare un passo deciso
sul lucido dei contorni, con le guance gonfie
di gomma da masticare a due centimetri dalle vetrine.
Dici d’andare oltre e poi ti fermi, e chiami lusso
lo zoppicare degli uomini senza attese.
Chi ti segue non ha nemmeno la parvenza
d’un essere gentile: ama il dolce saluto
del mattino quando la voglia tace,
annaspa su due o tre follie sui gradini
sghembi di palazzi senza nome
e non ti lascia il tempo di rivestirti in santa pace.

Non perdiamoci d’animo, piuttosto;
sarebbe cento volte peggio
se non ci fossero le piccole comete
a respirare in branco, e il segno rosso
al centro delle mani si fosse trasferito altrove.
Non avresti il candore che accantoni oggi,
quando rispondi senza insistere
e ti defili in un silenzio che somiglia
al chiacchiericcio solitario di persone conosciute.
Il tragico calore che a volte eccede la misura
e si fa tremore sulle gambe, come di un vecchio
che non sa resistere due metri senza il suo bastone,
e pare non desideri più di rientrare
nei vecchi panni da soldato impavido
sui campi che tremolavano sotto il fuoco d’agosto.
Una parola appena, e poi un’altra
a ribadire che la riconoscenza non può
essere compresa in un singolo abbraccio,
e che il sincronismo sui sandali esiste ancora,
più forte di qualunque altro sistema di protezione.

E non ci importa più di maglie da tenere
come trofei sui cappelli, né di barriere
su cui qualcuno ha scritto “l’amore
non esiste, ammazzati!” Nello spazio
più profondo, senza possibilità di rimettere
insieme tutto il tesoro perso né di acquistarne
un altro, perché oltre all’acqua che ci separa
niente è più importante di un tetto condiviso.
Se perdiamo la gloria, e poi di sera preghiamo
perché ci sia concesso un attimo
di tregua che possa bastare ad entrambi,
e ci accomuna il pensiero di braccia allungate
tra il verde incerto di due panchine, e la ruggine
di ginocchia ferite in pomeriggi che segnavano
sempre la stessa ora. Con i cantanti alle finestre,
le ossa un po’ ammaccate, e le vecchie signore
sedute di traverso su porte di terra
che sussultavano ad ogni grido di libertà.
Tornasse pure a torturarmi l’inverno
in cumuli di neve alti due metri,
continuerei ad intagliare i nostri nomi sulle cortecce,
in punta di piedi e in bilico sul collo alto
di muri a secco sempre più sbilenchi.
Aspettando che la notte passi in fretta
e tu mi risponda che ci sei ancora.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 13/01/18 | 279 letture |

 
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